Jazz, dall'Africa all'America

Una storia di musica e libertà

Che cos’è il jazz se non il jazz stesso? O meglio, esiste un aggettivo singolo adatto a descriverne l’essenza, l’anima che ne sorregge lo scheletro? Ebbene, qualsiasi parola pronunciata nella direzione di questo stile musicale potrebbe finire per colpire il bersaglio in un solo punto: il jazz è unico. Unico anche nel senso più tecnico del termine. La “genetica” gli ha trasmesso particolarità stilistiche di altri generi, nonché indoli di culture diverse e –in principio- divise, che si fondono ad una comune temperatura. Al punto di ebollizione, ciò che resta è davvero singolare. Insomma, il ragazzo ha carattere e stile da vendere.

È raffinato, il jazz, ha lo swing, è una comunicazione che s’improvvisa tra ascoltatore e musicista in una sorta di cerimonia alla partecipazione. È partito dal basso, con l’ambizione di espandersi fino anche a salire i gradini delle classi americane, accompagnando (non di sottofondo) i cambiamenti della società statunitense, quasi come a dire “ho combattuto e protestato con voi”. Merita, allora, almeno un’occhiata a quelli che sono alcuni elementi che ne hanno favorito l’ascesa, un percorso che ha accompagnato la sua diffusione da una forma embrionale ad una vera e propria identità artistica, pronto per danzarci sopra. Denominatore comune? L’Africa.

                                                                                                                                  King Oliver's Creole Jazz Band

SCHIAVITU' E VOGLIA DI LIBERTA'. L’Africa di cui si parla è quella degli schiavi, deportati soprattutto dall’ovest del continente fino al Nuovo Mondo nel XVI secolo e, dunque, anche delle loro tradizioni. Canto e ballo furono trascinati verso l’America come supporto alle sofferenze patite durante la schiavitù, così che la struttura musicale e corale africane si mischiarono con le culture nordamericane (nei paesi di colonizzazione latina, spagnoli in particolare, la commistione delle tradizioni non si esprimerà ugualmente). Queste si rifacevano soprattutto all’Europa centro-settentrionale, dalla quale sbarcavano usanze musicali la cui impalcatura melodica non era troppo distante da quella africana, assieme alla crescente domanda di cotone, zucchero, tabacco e altre materie prime.

In quel contesto, il ritmo delle percussioni ed il call (la “chiamata-risposta” tipica del folklore nero), resistettero alle dure giornate di oppressione e lavoro nelle piantagioni, nei cantieri o nelle miniere, diventando un’arma pacifica contro sfruttamento e rinnovandosi ad ogni ondata di deportati in continua affluenza, parallela all’immigrazione europea. Fu allora che cominciarono a prendere forma le work songs, i cosiddetti canti da lavoro tipici delle coltivazioni rurali del sud, nelle quali si esprimevano sia il patimento dello schiavismo che una coordinazione lavorativa per cadenzare la manualità. Le work songs, contorno di eventi africani come la caccia, le nascite, e attività quotidiane, assunsero nei secoli della schiavitù sentimenti malinconici verso la terra natia, fino a riempirsi di amarezza ribelle, spesso raccontata in modo codificato. Cosi, alcune ritmiche e il call, unite alla condizione sociale dei neri (vittime anche del razzismo) influenzeranno non poco il futuro jazz. 

Quando fu chiaro al padrone che le work songs, a ritmo di percussioni e defezione sottointesa, avrebbero potuto inneggiare alla fuga, si scelse un’altra arma sedativa, molto indiretta: la religione. Allora, il cristianesimo fu imposto a indottrinare gli schiavi all’obbedienza, che unirono la struttura dei canti da lavoro ai temi biblici, dando vita agli spirituals: ne è un esempio storico Go down Moses, celebre pezzo nel quale la richiesta di salvezza dal faraone (il padrone) e la speranza verso la “terra promessa” vestono a pennello la condizione dei neri in America. “Oppressed so hard they could not stand –Let my people go!-“ recita una frase del testo. Due stili di fare musica (quello bianco religioso e quello nero movimentato) trovarono un terreno comune, fatto di battiti di mani e piedi, di eccitazione crescente durante gli inni, di afflati battaglieri; un momento nel quale canto e animazione cominciarono ad abbracciarsi, e dove era chiara anche l’improvvisazione dei versi di risposta al sacerdote, la cui estemporaneità si riprodurrà nel jazz (assolutamente mai lasciata al caso più disordinato). Per capire meglio, prova ad ascoltare la versione di Louis Amstrong, e cerca di non farti venire troppo la pelle d'oca.

BLUES E RAGTIME. Melanconico, a volte disperato, il blues, quello del sud, della Cotton Belt, con le sue tristi “blue notes” (legate all’utilizzo della scala pentatonica africana), il suo raccontare di vita, di esperienze, i suoi testi profani, dove la comunicazione circola tra bluesman (o blueswoman), ascoltatore (che vi si riconosce) e la chitarra, non più verso un sacerdote. Dopo aver sostituito il banjo, di origine africana, questo strumento divenne peculiare del genere, che mantenne molte caratteristiche delle work songs e degli spirituals, ma sviluppando una propria personalità, la cui nascita si fa approssimativamente risalire alla seconda metà del XIX secolo. Il lamentoso blues, destinato a personali cambiamenti e sviluppi, lasciò con le sue note turbate e agrodolci, una grande tradizione melodica e sonora al jazz, in opposizione alle armonie delle musiche europee. Chiaro, i bisnonni del jazz non sono tutti qui. Pensa al ragtime, ad esempio: gioioso, mai improvvisato, accompagnato da un pianoforte allegro e di chiara derivazione sia europea che africana, in voga in America soprattutto dopo la Guerra di Secessione, un evidente contrasto del blues. Detto così, ti sembrerà un'altra lingua, ma se ascolti il brano "The Entertainer" di Scott Joplin (1902), pezzo storico, ti balzeranno subito in mente tanti ricordi.

NEW ORLEANS. Questa città merita importanti considerazioni nello sviluppo ed evoluzione del jazz. New Orleans fu (ed è tuttora) un singolare punto cosmopolita. Da brava città portuale, infatti, vide sbarcare genti da ogni dove, divenendo presto un crogiuolo di culture, dove creoli (molti dei quali avevano avuto la possibilità di studiare musica di stampo europeo) e neri convivevano. C’erano i francesi, gli spagnoli, gli irlandesi, e di riflesso il ragtime (i cui pianisti si esibivano nel quartiere a luci rosse di Storyville) il blues, le piccole band con la cornetta, il clarinetto e il trombone. Tutto questo finirà per creare il cosiddetto “stile New Orleans” tipico di inizio '900, nel momento in cui, con la fine della schiavitù, i creoli perderanno i loro privilegi contro il razzismo imperante, e cominceranno ad esibirsi assieme agli africani unendo i rispettivi patrimoni musicali. L’evolversi anche di una forte tradizione delle marching bands, spesso accompagnatrici delle parate funebri, contribuirà a conferire un carattere particolare a questo jazz del sud.

Ecco, la storia del jazz è dettagliata e fatta di storia stessa, musicale e sociale, di commistioni, di sviluppi. C’è molto da scrivere, da studiare su di esso, e molto meriterebbe più scrupolo e attenzione, perché è cresciuto assieme alle persone, alle loro sofferenze ed esperienze di vita. È fatto di unioni, unioni intese come produzioni melodiche ed espressioni armoniche, ma anche culturali; è fatto di insiemi di razze, uomini e donne, una sorta di auspicio simbolico e sottinteso alla fratellanza e all’uguaglianza che, in quell’epoca, scrivevano alcune importanti pagine degne di lettura, regalandoci la jazz era, le Big Band e lo swing, che tanto ci piace ballare.  

 

 

 

La Fosca